L’ era delle performance sui social e nella vita reale.

PREMESSA:

Avrei voluto fare un’articolo più soft, perché il periodo richiede del relax mentale e non uno sforzo cognitivo. Ma ho riflettuto a lungo e ho deciso di scriverlo lo stesso, perché penso che sia necessario promuovere la riflessione quando questa potrebbe migliorarci la vita. 

È un tema trattato e ritrattato, ma penso che post-pandemia e durante questa, si sia creata un inibizione delle capacità di valutazione delle informazioni e delle cose che tendenzialmente ci circondano sui social e nella vita reale. Quindi perché non invitarvi a riflettere con la vostra testa sull’argomento? 

Cominciamo. 

Essere performanti ormai è diventata la norma, dobbiamo tutti essere “performanti” in qualche modo. Con l’uso del social network la nostra immagine è stata distorta, non solo dall’utilizzo di mezzi come le telecamere dei telefoni, le videocamere e quant’altro. Partendo dal presupposto che sono mezzi che riflettono la nostra immagine, pare logica e scontata la differenza di percezione che questi danno, per quanto questo sia il nostro riflesso, è pur sempre solo una proiezione. Un esempio? I filtri di Instagram che ci obbligano in una e unica e stereotipata concezione di bellezza.

La nostra immagine personale spesso viene distorta anche dal modo in cui noi stessi scegliamo di presentarci sui social: di solito mostriamo solo quello che ci interessa o peggio diamo un’idea di noi stessi di come vorremmo essere. 

Sui social si crea un meccanismo  autoreferenziale di presentazione delle persone, se così volete concedermi l’uso dei termini. Autoreferenziale, perché siamo noi stessi a referenziarci da soli, in cerca dell’approvazione degli altri: il like. 

Ma non si tratta solo di autoreferenze si tratta di un vero e proprio meccanismo di performance. Il social ha un potere distopico, quasi disturbante, cambia la percezione e le regole sociali. Tutto quello che succede nel social ha un accettazione diversa rispetto a quella che si potrebbe avere nella realtà.

Certe cose accettate fuori dal social all’interno di questo, prendono peso e importanza semplicemente perché messe sotto un percezione diversa, quella del web. Viviamo in una società che non ci permette di essere “diversi” perché il rischio è quello di venire esclusi. Siamo inconsciamente obbligati ad essere performanti sia nella vita reale, che sul web. Il social è un’estremizzazione di tutte quelle fattezze (che se ci pensiamo bene tutti abbiamo ma) che non sono conformi allo stereotipo accettabile dalla società. Ed ecco che ci facciamo troppi problemi per come siamo vestiti, per i chili di troppo, per tutte le differenze che ognuno di noi ha e che sono patrimonio peculiare della diversità del genere umano. 

Quando si parla di società della performance si fa riferimento al mito della bellezza, mito che iniziò a diffondersi dai primi del 800 e direi continua il suo percorso fino al giorno d’oggi. Stiamo parlando di quel mito che obbliga la donna ad essere sempre perfetta e bella in ogni momento e ovviamente l’uomo dev’essere virile sempre, l’uomo non piange. Il Mito della bellezza attiva in noi dei meccanicismi di ossessione, che ci obbligano ad occuparci solo della nostra “bellezza” e ci fa perdere di vista i nostri interessi reali e veri desideri di vita per barattarli con un posto accettabile e accettato dalla società. 

Tutto nella nostra società è diventato competizione, è diventata momento di performance sia nella sfera maschile, che in quella femminile. Tutti sono in competizione sui social, l’educazione è incentrata su “chi fa più cose fighe in una giornata”, “chi ha più soldi”, “chi è più bello”, “chi ha un bel fisico”, “chi è più bravo”, “chi è più sessualmente abile o attraente” e via così. 

Questo limita oltre che la crescita personale e individuale, perchè obbliga a sentirci sempre sotto pressione, sotto giudizio, inoltre rischio è quello di non avere nient’altro che non sia su “suolo pubblico”. Perchè per autoreferenziaci passiamo il tempo a “mettere in piazza” quello che facciamo continuamente. Di rimanere con poco spazio privato e personale. Abbiamo paura che se non pubblichiamo o non siamo attivi, ci perdiamo qualcosa, abbiamo paura di essere dimenticati. Bisogna rompere gli schemi consapevolmente. Io vivo di ciò che gli altri ignorano di me. Diceva lo scrittore Francese Peter Handke e se ci pensiamo bene è vero.

Può essere utile avere un’educazione alla performance e alla competizione ma sicuramente non è tutto. Ognuno  ha ambizioni diverse nella vita e aspirazioni, appagamenti diversi. La società della performance ci obbliga a inseguire quello che la “collettività” ritiene accettabile. Per esempio se sono donna devo essere anche madre, se per caso scegliessi di non essere madre, per essere accettata positivamente dalla società dovrei essere una donna dedita alla carriera. 

Un pò limitante no? 

Bisogna educare le nuove generazione all’autenticità e che questo non è un valore passabile attraverso i social. Il rischio è quello di non avere nient’altro che non sia su “suolo pubblico”.Attraverso i canali digitali ognuno mostra la sua miglior “performance”, ma è un’autoreferenza, un canale già filtrato dove chi pubblica sceglie accuratamente cosa mostrare della propria vita agli altri. Questo sicuramente, ci fa riflettere su due aspetti importanti: in primis, che non abbiamo mai il diritto di giudicare qualcuno dai social proprio perché non sappiamo come sia davvero la sua sfera privata, noi vediamo solo ciò che ci è concesso vedere. Dall’altro sicuramente mostrare le nostre performance migliori, può essere un approccio per iniziare a stabilire delle relazioni reali non bisogna per forza demonizzare i social, ma sicuramente c’è una necessita di educare sulla questione per dare i mezzi adatti alle persone per  riuscire realmente a scindere quando si tratta solo di performance e quando invece ci stiamo limitando vita, sogni, aspirazioni. 

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