LA FILOSOFIA CHE SI CELA DIETRO AL MINIMALISMO

Mai una gioia dicevano coloro a cui piace avere tanto.

La mia è una settimana indaffarata, questa. I’m too busy, e in un certo senso fa figo.
Occuparsi di mille cose alla volta e sviluppare l’abilità brillante del multitasking sembra essere cosa da businesswoman, donna in carriera, indipendente economicamente.
Fa fico per alcuni, ed è normale per altri, perché siamo abituati all’idea che per essere felici e soddisfatti occorra circondarsi di cose e cose e cose, il che richiede necessariamente un bel lavoro che porti il giusto guadagno per potersele permettere. Una casa gigante, il macchinone, il lavoro perfetto. Quindi ecco che “wow, hai l’agenda piena”.

La necessità di dover consumare continuamente cose apparentemente utili non comporta la felicità.
Comprare l’ultimo modello di Iphone non comporta soddisfazione. Ne uscirà un altro e lo vorrai, lo comprerai. Annunceranno i prossimi 20 modelli e vorrai acquistare anche il ventesimo. Il ventesimo sarà l’ultimo e … della soddisfazione neanche l’ombra.
L’errore comune in cui si cade è credere che si è migliori quando si possiede di più. L’illusione che molte persone vivono credendo di essere ciò che hanno è definita come estensione dell’ego, del senso di sé.
Ciò che determina chi siamo non è cosa si possiede, ma le esperienze che hanno attraversato il nostro essere dalla punta della testa a quella del minulo del piede.

Surfando su Internet, ho trovato un interessante Ted Talk in cui la protagonista è una certa Elizabeth Dulemba.


“We are finite. We have a deadline and our own life is a gift”.


Beth ha deciso di fare della propria vita un opera d’arte. Ha deciso di giocarci e di modellarla secondo il suo volere. Non sarebbe stata in grado di farlo se non avesse cambiato radicalmente la sua vita.


 “Una sera”, dice “ero seduta sul divano con il mio partner, e come ogni volta guardavamo un programma tv che si svolgeva in posti diversi ad ogni puntata.”.
“Dove vorresti andare?” le chiese il partner. In Europa, alle Seychelles, in Madagascar… ma lei era sul divano nonostante volesse essere in tutt’altro posto.


Ciò che la bloccava erano le cose che la circondavano: vendettero casa, e diedero via mobili, libri, pezzi d’arredo, macchine. Lo fecero perché decisero di partire a Edimburgo a studiare. Era uno dei desideri di Beth da tempo. “Non sapevamo quando saremmo tornati, per questo abbiamo venduto tutto. Avrebbe rappresentato un grosso costo”. 


Ciò che mi ha colpito è stata la libertà stampata sulla faccia di Elizabeth.
Si ritrovavano a dirsi “Allora, adesso cosa facciamo ora?”, “potremmo fare/andare qui”, e allora Let’s do it.
Con questo Elizabeth ha voluto dire che si prova una gioia liberatoria quando non si è attaccati alle cose materiali.

C’è un senso di libertà pazzesca nel non possedere molto.

Il punto a cui voglio arrivare è che essere attaccati alle cose, pensare di essere qualcuno in base a ciò che si possiede rende difficile concertarsi su ciò che davvero conta, l’essenziale.
Si è sommersi dal superfluo e non si capisce più un cazzo.


Dove voglio essere tra un anno? Cosa voglio dalla mia vita? Quali sono i miei obiettivi?


Avere una vita sfoltita, sia dal lato materiale che degli impegni,  permette di essere più focalizzati sui propri obiettivi
In fondo sfoltire la vita è sinonimo di chiarezza mentale e chiarezza mentale significa attenzione . Attenzione è consapevolezza, e consapevolezza è amore.
Quando si agisce per amore si da se stessi e tutto riesce meglio, a differenza di quando la giornata è piena di impegni e la maggior parte delle azioni possono essere considerate programmazioni di una macchina. Quando si è multitasking, in gran parte dei casi, non si è concentrati in ciò che si fa, si manca di consapevolezza.

Credete davvero che avere un momento di stacco dalla giornata lavorativa significhi aprire la schermata dei social e darsi allo scrolling? E’ una distrazione, non può essere minimamente paragonabile a un momento per se. E’ un’illusione.

Stuff, stuff, stuff. Troppo lavoro e troppe distrazioni fanno la guerra alla creatività e all’intrinseco amore che ne deriva. Le rubano spazio e la confinano in un angolo della mente.

Ora vado a liberare il mio armadio da tutti i vestiti che non uso, sperando di non avere più il grosso problema del “che cosa mi metto oggi?!?”. Non li butterò, ovviamente. Li donerò. Li venderò. Ricordiamoci degli effetti delle nostre azioni sull’ambiente.

Non sono minimalista: troppo radicale vivere in 40m2 di spazio, o vendere tutto e partire. Ma ne abbraccio la filosofia, sperando che anche voi, miei cari lettori, lo facciate.

Mai una gioia? Provate ad avere lo stretto necessario e a perseguire quei pochi ma buoni obiettivi.

Frullato di Sfiga

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