IL CAMMINO DEL PELLEGRINO

CAMMINARE COME ATTO LIBERATORIO 

Un passo, uno, dopo l’altro

Lo scricchiolio del suolo sotto i piedi. 

A volte metti le cuffie nelle orecchie ed è la musica a scandire il ritmo dei passi sul terreno. 

A volte sono i pensieri che ti muovono le gambe. E non importa più quanto è distante la fine del percorso. In quel momento non stai pensando a quello. Non stai pensando a quando arriverai alla meta. 

La tua attenzione sta nei passi che stai facendo nel percorso che stai seguendo, nella musica, nei tuoi pensieri. E il respiro ansimante di chi alla fine è arrivato in cima. 

Ogni passo, uno dopo l’altro. 

Per alcuni è faticoso, per altri lo è di meno. Che importa? Camminare è liberatorio. 

Ti libera da tanti pesi, ti affatica il giusto per smuovere quei pensieri che puzzavano di stantio, quei pensieri che sono confusi, che non sai mai come affrontare. 

“Camminare è una forma di resistenza. Non solo fisica, ma anche nei confronti del mondo. È un elogio alla perseveranza, alla lentezza, allo sforzo che, in una società ossessionata dai risultati, è decisamente controcorrente.” (Oliver Bleys)

Camminare non è uno sport vero è proprio.

Non servono attrezzature molto particolari e quasi tutti possono tranquillamente praticarlo. Sicuramente un camminatore dev’essere paziente, è una qualità necessaria.

In un epoca dove tutto è destinato al movimento, dove tutto scorre veloce, dove siamo abituati a correre. Camminare diventa un atteggiamento controcorrente, è un azione quasi “scoveniente” o “strana”.

Siamo così dis-abituati alla solitudine che spesso all’esclamazione “vado a fare una camminata” si riceve di tutta risposta un preoccupato “va tutto bene?” 

Camminare è un azione controcorrente, prevede degli spostamenti, spesso in solitudine o in silenzio, se è inverno bisogna affrontare il freddo, se è estate, il caldo, per non fare niente di così.. eccitante.

Non sarà eccitante, ma sicuramente è appagante. 

La conseguenza del camminare è riscoprire luoghi con occhi diversi, osservare il paesaggio che ci circonda per ammirarlo, percepire l’ambiente attraverso i sensi. La fatica, ti impone di pensare il giusto. Il silenzio, ti obbliga all’ascolto di quello che hai attorno, dei rumori della natura. 

Il camminare, ci permette e ci obbliga in un qualche modo ad ascoltarci e di metterci in armonia con noi stessi. Uno studio pubblicato sulla rivista Experimental Biology rivela che l’impatto del piede durante la camminata trasmette onde di pressione attraverso le arterie che sono in grado di aumentare il flusso di sangue al cervello: tale evento si traduce con una maggior perfusione cerebrale a tutte le zone dell’encefalo. Si  ottiene così un aumento della capacità di memoria e della sfera che riguarda la creatività.

E quindi passo dopo passo, con il semplice gesto del mettere un piede davanti all’altro, la focalizzazione sulla nostra respirazione che si modella sullo sforzo fisico, prima regolare, poi affannata e veloce, poi nuovamente regolare, permettono alla nostra mente di svuotarsi di tutte le scorie di cui quotidianamente è invasa.

La camminata è un atto liberatorio, che ci libera dalla pesantezza con cui ci riempiamo nel nostro quotidiano. E dove la mente è stata svuotata dal superfluo, è possibile riempirla con pensieri più puliti, ricostituiti più ordinatamente, forse, addirittura rispettando una gerarchia di importanza.

Camminare è come recitare un mantra.

In molte culture il pellegrinaggio, ovvero un viaggio a piedi di più giorni verso una meta di interesse spirituale (Mecca, Gerusalemme, Santiago, Varanasi) aveva spesso il fine terapeutico di cura di grandi malattie.

Camminare è la prima attività praticata dall’uomo da quando è sulla terra.

Camminare è quindi una pratica costituzionalmente innata nell’uomo.

La storia del pellegrino.

Il viaggio del pellegrino, prevedeva una camminata lunga giorni e giorni. A volte la scelta del pellegrino, per motivi economici o di altro genere, era di camminare senza denaro, chiedendo cibo e ospitalità in paesi ignoti presso popoli sconosciuti. Pensate alla prova di carattere cui si sottoponeva, oltre alla prova fisica del cammino. Ma la morale della storia del pellegrino, nonché il finale stesso è ben chiaro: Il pellegrino tornava a casa sano e salvo….e chissà magari con le idee più chiare. 

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