L’eudemonologia secondo Schopenhauer: l’arte della felicità

Sfido chiunque a entrare in una libreria e uscire senza aver acquistato alcun libro. È come entrare nel negozio di abbigliamento preferito e voler prendere almeno la metà dei capi esposti. Ma alla fine solo un libro viene avvolto dall’atmosfera fascinosa e intrigante che ci seduce e conduce direttamente alla cassa. E, come non si vede l’ora di sfoggiare quel capo d’abbigliamento appena comprato, non si vede l’ora di godere delle prime righe del suo primo capitolo.

Anno 2020. Anno definito, comunemente e, sottolineo, in maniera riduttiva, come l’anno di merda per eccellenza. Aggiungerei “asprissimo”. Quale miglior periodo per conoscere il tipico pessimismo di Schopenhauer, se non questo? Già: basta cose tipo “The secret”, Osho e i grandi testi fondanti dell’ottimismo tossico.

Illustrazione di Yosoypalmetta

Anno 2020, in una mezza estate torrida, in una libreria vengo abbagliata da un girasole giallo splendente contrastante allo sfondo blu cobalto di un libro. Grande come una casa, risalta il nome Schopenhauer; leggo la citazione sulla copertina; non ci penso due volte e lo acchiappo. È diventato mio e io mi sento un pioniere che ha appena trovato una miniera d’oro nel deserto.

“Mentre lo stolto corre dietro ai piaceri della vita e viene ingannato, il saggio evita i mali”.

Schopenhauer dimostra abilità intellettuale combinando il suo peculiare pessimismo al concetto di felicità, sostenendo che solo il saggio può avere la fortuna di beneficiare di una vita felice.

Lo stolto corre dietro ai piaceri della vita” perché asseconda gli impulsi mossi da forze inconsce potentissime, e ne viene ingannato perché il loro soddisfacimento non è che l’illusione di una felicità temporanea.
Egli sostiene infatti che in realtà l’intera esistenza sia connaturata alla sofferenza, quale unico elemento attivo della vita: essa esiste sempre, ma viene interrotta da piccoli momenti che gli stolti osano chiamare felicità.
“Il saggio evita i mali” perché si libera di quegli impulsi e si immerge, anzi, in una vita fatta di solitudine e di attività intellettuale, quali mezzi con cui accettare la naturale sofferenza umana.

Ma forse il saggio non è un noioso codardo che ha paura di affrontare il dolore e il piacere della vita?

Ciò che rende l’uomo infelice è la lotta tra le sue pretese di felicità e la sofferenza: più si corre dietro i propri desideri, passioni e speranze, maggiore sarà l’insoddisfazione.
La felicità vagheggiata è la pretesa di soddisfare i propri desideri, che seppur esauditi non concederanno la soddisfazione in termini di felicità, perché allora se ne presenteranno altri, e altri e altri, e così all’infinito. Gli esseri umani sono fondamentalmente bramosi: una bramosia tendente all’infinito che impedisce di essere totalmente felici.

E ciò che rende felici?

Per eliminarle drasticamente occorre, invece, darsi all’attività spirituale e intellettuale, il che significa chiudersi nella solitudine. Queste permettono di riconoscere i mali della vita, rendendo possibile una durevole serenità dell’esistenza: in questo senso Schopenhauer dice che ai fini della felicità, ciò che si é, è molto più importante che ciò che si ha.
Indi per cui, una persona si relaziona alla solitudine in base al suo contenuto spirituale e intellettuale: maggiore è la qualità della coscienza, più si sta bene soli.

Molti temono la solitudine perché in essa sentono tutta la miseria del proprio essere. Essa porta noia a chi è povero di spirito e forza intellettuale (sostanzialmente a chi è vuoto).
La noia spinge alla socialità, al compromesso di circostanza del tipo “Piuttosto che stare a casa ad annoiarmi esco con Gesualdo a prendere una birra. Ma Gesualdo è un semplice conoscente. Per certi versi non trovo neanche tantissimo piacere a parlare con lui, ma a casa ad annoiarmi non ci sto”.
La verità è che la solitudine è l’amante della libertà perché si è veramente se stessi al 100% solo quando si è soli. Mentre la costrizione é la compagna della vita mondana.

Per cui chi ama la libertà ama la solitudine.

Elencando gli ingredienti di una vita felice, Schopenhauer, introduce la dottrina buddhista del qui e ora, rimettendola al cospetto della rigorosa razionalità occidentale.


Il primo passo per non passare più le giornate all’insegna del nulla, a scrollare Instagram, a farsi venire mille seghe mentali e preoccupazioni, è essere consapevoli che solo il presente è il tempo effettivamente vissuto, e che solo in esso consiste la propria esistenza. Una persona ragionevole allora capisce che forse bisogna destinare a esso una benevola accoglienza.
Il futuro è sempre incerto, e non asseconda mai esattamente e precisamente le proprie aspettative; il passato, invece, è un capitolo chiuso.

Il libro giallo e blu ha il titolo “Consigli sulla felicità”. L’autore, ovviamente , Schopenhauer.
In 150 pagine, a botte di capitoletti di tre pagine, e tra una citazione di famosi letterati, poeti e pensatori, è contenuta una lente per una visione della realtà più consapevole. Il motivo che dovrebbe spingere chiunque alla sua lettura è che la differenza di percezione del mondo tra il pre e post lettura è evidente.
“La brevità della vita”, “amore o stima”, “la fortuna e il caso”, “il coraggio” sono solo un assaggio dei temi su cui verte il libro.


Il mio tentativo, invece, è stato solo un’annusatina.

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